Adagiato sulle prime ondulazioni del Monferrato alessandrino, là dove la collina comincia lentamente a lasciare spazio alla pianura, Castelferro è oggi una piccola frazione del Comune di Predosa. Dietro le dimensioni raccolte del paese si nasconde però una storia sorprendentemente lunga, fatta di quasi mille anni di trasformazioni, di agricoltura, di istituzioni nate per sostenere la popolazione, di sport vissuto ai massimi livelli e di tradizioni che ancora oggi continuano a riunire la comunità.
Il nome stesso conserva una traccia delle sue origini. Castelferro deriva dal latino Castrum Ferri, tradizionalmente interpretato come “deposito d'armi”. Il primo nucleo dell'abitato sarebbe sorto in epoca medievale con una funzione di controllo del territorio e delle vie di comunicazione che attraversavano questa parte dell'Alessandrino, tra cui l'antica via del sale, che passava oltre lo Stanavasso.
La prima citazione documentata conosciuta risale al 1062, quando Castelferro compare tra i possedimenti di Gamondio, l'antico centro dal quale deriva l'odierna Castellazzo Bormida. È l'inizio della storia scritta di un insediamento che, nei secoli successivi, sarebbe rimasto profondamente legato alle vicende politiche e sociali del territorio alessandrino.
Con la fondazione di Alessandria nel 1168, nel quadro dello scontro tra la Lega Lombarda e l'imperatore Federico Barbarossa, Castelferro entrò nell'orbita della nuova città. Divenne uno dei suoi cosiddetti Corpi Santi, territori rurali amministrativamente dipendenti da Alessandria pur non essendo necessariamente contigui al nucleo urbano. Un rapporto destinato a durare per secoli.
Già nel Medioevo il territorio era conosciuto anche per le proprie caratteristiche ambientali. Un diploma imperiale del 1355, attribuito a Carlo IV, ricordava Castelferro per la particolare salubrità dell'aria, restituendo l'immagine di un piccolo centro rurale immerso tra campi, boschi, corsi d'acqua e terreni coltivati.
La vita del paese rimase per secoli strettamente legata all'agricoltura e ai ritmi della terra. Come gran parte dell'Europa rurale, anche Castelferro attraversò periodi difficili. Particolarmente grave fu la peste del 1629, che colpì duramente la popolazione. Il paese riuscì però a riprendersi e l'attività agricola tornò progressivamente a svilupparsi, con un ruolo sempre più importante delle coltivazioni cerealicole e della vite.
Nel 1682 venne costituita la Confraternita della Santissima Trinità e l'anno successivo, nel 1683, Castelferro venne elevato a Contea sotto Luca Pertusati, importante magistrato e uomo politico dello Stato di Milano.
Ancora più significativo per comprendere la vita quotidiana dell'epoca fu ciò che accadde nel 1712, con la fondazione del Monte Frumentario, conosciuto anche come Monte della Farina. L'istituzione aveva uno scopo molto concreto: mettere cereali e risorse a disposizione dei contadini nei periodi di maggiore difficoltà, cercando allo stesso tempo di sottrarli al rischio dell'usura.
Questo spirito di organizzazione continuò nei secoli successivi. Nell'Ottocento Castelferro sviluppò strutture dedicate all'istruzione e alla formazione delle nuove generazioni. Nel 1860 venne istituita la scuola elementare e nel 1888 nacque l'Asilo Educatorio, anticipando quella rete di servizi e associazioni che avrebbe avuto un ruolo sempre più importante nella vita del paese.
Anche la vita religiosa accompagnò l'evoluzione della comunità. Nel 1802 venne realizzato il campanile che ancora oggi contribuisce a caratterizzare il profilo dell'abitato. All'inizio del Novecento la precedente chiesa parrocchiale venne sostituita dall'attuale Chiesa della Beata Vergine Assunta, aperta al culto nel 1921.
Pochi anni dopo arrivò uno dei cambiamenti amministrativi più importanti della storia moderna del paese. Nel 1929, dopo secoli di legami con il territorio alessandrino, Castelferro, insieme a Mantovana e Retorto, venne aggregato al Comune di Predosa, del quale costituisce ancora oggi una frazione.
Il Novecento regalò a Castelferro anche un'identità nuova, destinata a diventare conosciuta ben oltre i confini del paese. Il tamburello divenne progressivamente una delle grandi passioni della comunità e molto più di una semplice attività sportiva.
Intorno allo sferisterio, alle squadre e alla Polisportiva M. De Negri nacque un fenomeno capace di coinvolgere intere generazioni. Le partite divennero occasioni di incontro, il campo uno dei luoghi simbolici del paese e il nome di Castelferro cominciò progressivamente a comparire accanto a quello delle più importanti realtà tamburellistiche italiane.
Tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta arrivò una stagione sportiva straordinaria. Dal 1987 al 1992 Castelferro conquistò per sei anni consecutivi la Coppa Italia. Proprio nel 1992 arrivò anche lo Scudetto di Serie A, ma non sarebbe rimasto un episodio isolato.
Castelferro vinse nuovamente il campionato nel 1993, 1994, 1995, 1996 e 1997, costruendo una straordinaria serie di sei titoli italiani consecutivi. Nel 2000 sarebbe poi arrivato un ulteriore Scudetto, portando a sette i campionati nazionali conquistati.
I successi non si limitarono al campionato. La squadra continuò a conquistare Coppe Italia e Supercoppe e riuscì a imporsi anche oltre i confini nazionali, vincendo la Coppa Europa nel 1996 e nel 1997.
Numeri eccezionali per una comunità delle dimensioni di Castelferro. Ma il significato di quella stagione non è racchiuso soltanto nei trofei. Attorno alla squadra lavoravano giocatori, dirigenti, volontari, famiglie e appassionati. Le vittorie sportive rafforzavano un senso di appartenenza che andava ben oltre il risultato di una partita.
È proprio all'interno di questo ambiente sportivo e associativo che nacque una delle tradizioni destinate a diventare ancora più conosciute del paese stesso. Nel 1975, quando l'attività tamburellistica richiedeva risorse sempre maggiori per poter essere sostenuta, nacque l'idea di organizzare una manifestazione gastronomica capace di raccogliere fondi per la squadra.
Fu così che prese vita la Sagra dei Salamini d'Asino di Castelferro. All'inizio era soprattutto uno strumento di autofinanziamento: una festa organizzata dalla comunità per permettere alla propria realtà sportiva di continuare a crescere. Con il passare degli anni, tuttavia, quella manifestazione avrebbe assunto una dimensione e un'identità proprie.
La Sagra cominciò a crescere insieme a Castelferro. Aumentarono gli ospiti, cambiarono le strutture, si ampliarono le cucine e vennero perfezionati il servizio e l'organizzazione. Il Salamino d'Asino divenne il simbolo gastronomico della manifestazione e attorno ad esso prese forma un intero menù dedicato alla carne d'asino e alla cucina del territorio.
Anche in questo caso il vero motore rimase la comunità. Dietro ogni edizione ci sono settimane di preparazione, persone che mettono gratuitamente a disposizione il proprio tempo, giovani che iniziano a collaborare accanto a chi partecipa all'organizzazione da decenni e conoscenze che vengono tramandate da una generazione alla successiva.
Ancora oggi la Sagra mantiene una caratteristica che negli anni l'ha distinta da molte altre manifestazioni del territorio: l'attenzione al servizio. Gli ospiti vengono accompagnati al tavolo, ordinano direttamente ai camerieri e ricevono le portate senza la tradizionale gestione a code e vassoi, con l'obiettivo di offrire non soltanto una cena, ma una vera serata da trascorrere a Castelferro.
Nel 2026, con la sua 49ª edizione, la Sagra continua a essere uno dei momenti più importanti dell'anno per il paese. Ciò che nacque nel 1975 per sostenere una squadra sportiva è diventato, mezzo secolo dopo, uno dei principali strumenti attraverso i quali Castelferro continua a raccontare se stesso.
Il paese di oggi è inevitabilmente diverso da quello agricolo di cento, cinquecento o quasi mille anni fa. Sono cambiate le professioni, le abitudini, i mezzi di comunicazione e il rapporto stesso con il territorio. Molte attività che un tempo scandivano quotidianamente la vita rurale hanno progressivamente perso la loro centralità.
Eppure una parte sorprendente dell'identità di Castelferro è rimasta riconoscibile. L'agricoltura continua a disegnare il paesaggio che circonda il paese. La chiesa e il campanile continuano a caratterizzarne il centro. Lo sferisterio ricorda una stagione nella quale Castelferro fu uno dei grandi nomi dello sport italiano. Ogni agosto la Sagra riporta nel paese migliaia di persone e riunisce ancora una volta volontari appartenenti a generazioni diverse.
Le associazioni continuano a rappresentare una componente fondamentale della vita locale e forse è proprio questo il filo che collega il Castrum Ferri medievale alla Castelferro del XXI secolo.
Nel 1712 gli abitanti si organizzavano attraverso un Monte Frumentario per aiutare chi si trovava in difficoltà. Nell'Ottocento costruivano scuole e istituzioni per la comunità. Nel Novecento lavoravano insieme attorno a una squadra di tamburello capace di arrivare sul tetto d'Italia e d'Europa. Dal bisogno di sostenere quella squadra nacque una Sagra che ancora oggi coinvolge buona parte del paese.
Non soltanto un piccolo borgo rurale del Monferrato alessandrino, quindi, ma un paese che nel corso di quasi mille anni è riuscito più volte a trasformare le proprie dimensioni ridotte in un punto di forza.
Dalle prime testimonianze medievali del 1062 alle grandi vittorie del tamburello, dalla nascita della Sagra dei Salamini d'Asino alle attività e alle tradizioni che continuano ancora oggi, Castelferro conserva un'identità costruita lentamente da generazioni di persone.
Una storia fatta di date, certamente, ma soprattutto di famiglie, lavoro, volontariato, sport, feste, vittorie, difficoltà e memoria. Una storia che continua ancora oggi, in quel forte senso di appartenenza che porta chi vive Castelferro a considerarlo non semplicemente il luogo in cui abita, ma, molto più semplicemente e profondamente, il proprio paese.